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Fenomenologia dell'hockey su prato di Luciano Pinna

Pubblichiamo in esclusiva l'ultima opera di Luciano Pinna, su gentile concessione dell'autore. Luciano Pinna, già autore di alcuni saggi dedicati al mondo dell'hockey, tra i quali ricordiamo la raccolta "Storie fatti e racconti" e la fondamentale antologia "50 anni di Hockey a Savona", in questa "Fenomenologia dell'hockey su prato" decide di tornare alle origini, e ci propone un interessantissimo saggio sulla vera essenza del nostro sport.

(5) L’hockey: gioco o sport?

Condividi questo articolo su Facebook Scritto da HockeyItaliano il 15/11/2010

(segue)
E’ forse più semplice definire l’essenza della caccia alla volpe, la prima forma di attività ludica ad essere esportata nel mondo dagli anglosassoni. Visto però la scarsa fortuna di tale passatempo in Italia, complice la limitata presenza sul nostro territorio di detto animale, mi pare più logico tornare alla domanda originale.
L’essenza dell’hockey su prato è insita nelle menti di tutti in modo naturale. Da tempo esso è quello che è perché qualcuno riesca a percepire altro che non il suo manifestarsi a noi attraverso la nostra esperienza e i nostri sensi.
Aggiungo per inciso che non interessa in questa sede affermare il concetto di hockey su prato come noumeno ovvero come cosa in sé a cui la ragione, secondo quanto sostiene Kant, non può avere accesso se non come concetto limite riconducibile a tutto ciò di cui facciamo esperienza. Questa affermazione negherebbe la possibilità di poter fondare una metafisica dell’hockey su prato intesa come scienza che si trova al di là dell’esperienza sensibile. Sinceramente devo riconoscere che mi dispiace. D’altra parte non risulta che il celebre filosofo tedesco si sia mai dedicato nella sua vita illuminata a passatempi sportivi e pseudo-hockeistici in particolare.
Ho coscienza che molti tratti dell’hockey sono immanenti all’hockey stesso, trascendono il mondo esperienziale aprendo uno spiraglio, una porta sul mondo che sta oltre, forse prima, sul mondo delle cose in sé. Che cos’è una porta, infatti, se non il punto di contatto tra un luogo e un altro, tra ambienti diversi ma verosimili, tra mondi possibili?
Se è così allora deve esistere una metafisica dell’hockey prato. Sono sicuro che anche voi, che giocate o avete giocato, avete seguito o seguite il fenomeno “hockey” avete senza dubbio avuto la sensazione divenuta ben presto interiorizzazione personale, coscienza di qualcosa di trascendente avanti a voi.
Ciò vi basti riportandovi al fatto che giova di più alla vostra serenità mentale praticare il nostro sport piuttosto che esaminarne aspetti, atteggiamenti, caratteristiche, tratti alla disperata ricerca di categorie mentali e non, utili anzi fondamentali per una importante trattazione epistemologica.
Non mi rimane che cercare una risposta al quesito di poco fa rimasto inevaso: è l’hockey gioco e sport o solo una delle due definizioni si presta a definirlo compiutamente?
La dissertazione su che cosa sia veramente l’hockey anzi l’hockey su prato (che di questo stiamo discutendo) presuppone che tutti conoscano di che cosa stiamo parlando, pertanto non sarà tempo completamente perso cercare di chiarire che cosa si debba intendere per gioco e che cosa per sport.
Anche i più deboli di mente, coloro i quali sono spesso portati a ragionamenti anaerobici lattacidi anche in assenza di moto per il solo fatto di riuscire a pensare qualcosa, non hanno difficoltà ad ammettere che gioco e sport sono cose simili ma non uguali altrimenti non vi sarebbe bisogno alcuno di due diversi lessemi a indicare lo stesso fenomeno.
Possiamo così riassumere l’intera questione: in origine fu il gioco e il gioco divenne sport e lo sport si diffuse per ogni dove e regolò idee, fatti e azioni degli uomini trasformandoli e rendendoli migliori.
Dice del gioco Huizinga: “esso è un’azione libera, conscia di non essere presa sul serio e situata al di fuori della vita consueta che non dimeno può impossessarsi totalmente del giocatore, azione a cui in sé non è congiunta alcun interesse materiale, da cui non proviene vantaggio, che si compie in un tempo e uno spazio definiti di proposito, che si svolge secondo date regole e suscita rapporti sociali che facilmente si circondano di mistero o accentuano mediante travestimento la loro diversità dal mondo solito”.
Decisamente questa definizione si presta a definire quello che fu in origine l’hockey, un bel gioco degno di essere giocato per il piacere di farlo, per trarne piacere estetico e catarsi dalle vicissitudini quotidiane della vita di tutti i giorni. In tal caso divenne mai sport? E se sì, quando ciò avvenne?
Si può concordare su di un punto: esso rimase un gioco fino a quando fu un’attività regolata da norme consuetudinarie, convenzionali, stabilite sia pure in forma rudimentale e diverse da luogo a luogo, cosa perfettamente naturale perchè l’uomo, fin dalla sua prima comparsa sulla terra, ha giocato e spesso a hockey, essendo il proto-hockey una delle prime forme di gioco inventate.
Poco a poco nel corso dei secoli queste forme concrete di gioco si sono cristallizzate assumendo leggi proprie e autonome con l’accettazione di un rischio, della competizione e di un premio connessi al gioco stesso. In questo modo esso si è trasformato in sport. Così fu per l’hockey ove i rischi (uno per tutti la possibilità di essere colpiti negli stinchi senza poter indossare protezioni di sorta) erano tanti come pure le competizioni ma i premi pochi se dobbiamo credere ai resoconti delle prime manifestazioni nazionali sul suolo inglese che non prevedevano coppe o trofei per i vincitori di turno.
Nell’antica Grecia fu l’agon – antesignano del moderno sport – in stretto rapporto con la religione: i giochi panellenici erano il mezzo per testimoniare l’origine comune di tutti i greci tanto che tutte le ostilità tra le varie città-stato venivano sospese. Alla fine del Medio Evo e all’inizio del Rinascimento riprese vigore l’idea di un’ attività sportiva vera e propria che non aveva goduto di molte simpatie sotto il Cristianesimo, assertore della supremazia indiscussa dell’anima sul corpo.
L’apogeo del successo dello sport come categoria a sé stante si sviluppò e si diffuse nel secolo XIX, non più legato alla religione e caratterizzato da almeno tre elementi quali: lo spirito ludico, l’agonismo, l’attività formatrice.
Alla luce di queste ultime considerazioni l’hockey può a pieno titolo essere considerato uno sport e, molto più di altri di pari dignità, tanto gioco quanto sport.
(continua)








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