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Fenomenologia dell'hockey su prato di Luciano Pinna

Pubblichiamo in esclusiva l'ultima opera di Luciano Pinna, su gentile concessione dell'autore. Luciano Pinna, già autore di alcuni saggi dedicati al mondo dell'hockey, tra i quali ricordiamo la raccolta "Storie fatti e racconti" e la fondamentale antologia "50 anni di Hockey a Savona", in questa "Fenomenologia dell'hockey su prato" decide di tornare alle origini, e ci propone un interessantissimo saggio sulla vera essenza del nostro sport.

(6) Gioco e competizione

Condividi questo articolo su Facebook Scritto da HockeyItaliano il 15/11/2010

(segue)
Voglio spendere poche parole sull’hockey nell’antica Grecia. Secondo quando ci dice Nevill Miroy, nel 1922 un capolavoro dell’arte greca fu trovato tra le pietre di un muro della città di Atene in un piccolo cortile dietro ad una fabbrica di cappelli. Il proprietario del terreno, lavorando la terra vicino al muro, trovò due blocchi di marmo (Elgin marbles) che costituivano la base di statue in bassorilievo decorati su tre lati. Uno dei due blocchi, in particolare, ritraeva sei persone, nude, due delle quali impegnate in un bully con il rovescio di bastoni piuttosto corti e una palla in mezzo ad essi. E’ questo l’unico esempio del nostro sport nell’arte greca che pure ci ha consegnato numerose testimonianze di attività fisiche quali la corsa, i lanci, la lotta in decorazioni di vasi e sculture. Pure la sua autenticità è certificata dal fatto che i blocchi furono ritrovati nelle mura di Temistocle datati 490 a.C., poco prima della battaglia di Maratona quando già i Persiani progettavano l’invasione della Grecia. Il muro della porta del Pireo nel luogo dove furono ritrovati i blocchi è nei pressi del cimitero di Atene ed è probabile che Temistocle abbia depredato i marmi del cimitero per costruire le mura del Pireo salvando la sua città dai Persiani.
“ Si, va beh ma a che gioco giochiamo? “ mi pare di sentir dire da qualcuno di voi.
Bella frase, lo riconosco.
Tutti noi l’ abbiamo sentita nell’imminenza e nel corso di occasioni e situazioni giocose.
Nel suo significato più bonario è spesso rivolta ad altre persone per sapere le loro intenzioni in merito ad un passatempo ludico da praticare. Una volta discussa e accettata la proposta, ai giocatori non resta che realizzare le intenzioni di tutti, cercando di trarre dal gioco prescelto il massimo divertimento e soddisfazione, quello che i francesi, maestri nell’arte dello spasso - non per nulla hanno inventato lo champagne, i casinò, lo spogliarello e altre cose amabili - chiamano loisir.
Credo che in questo contesto essa acquisti però un altro significato, in altre parole mi si chiede conto di dove sto andando a parare (si fa per dire, non sono mai stato un buon portiere).
Se poi la frase è accompagnata da un linguaggio corporeo esplicitamente critico possiamo arrivare ad una crisi relazionale di un certo interesse dialettico.
La parola “crisi” deriva dal verbo greco krìno : separo, distinguo, divido e quindi implicitamente scelgo e risolvo. La soluzione può passare da scuse più o meno sentite, giustificazioni sensate o campate in aria, ammissioni di colpa, negazione di qualsiasi coinvolgimento e responsabilità.
Probabilmente così si espresse il 18 aprile 1875 a Richmond il rappresentante del Blackheath Football and Hockey Club nei confronti dei rappresentanti delle società che intendevano fondare una Hockey Association in opposizione alla Hockey Union propugnata dal Blackheath. In effetti tali erano le differenze di gioco tra le due versioni di hockey che ben si poteva parlare di due hockey diversi, con l’unico tratto distintivo comune del nome. Finì come tutti sanno – si fa per dire - con l’abbandono della riunione del rappresentante del Blackheath, la lenta ma inevitabile scomparsa della Union a vantaggio dell’Association.
“ Ma a che gioco giochiamo?” rappresentante del Blackheath
“ A che gioco giocate voi?” rappresentante del Teddington
“ Si, spiegateci un poco di grazia a che gioco volete giocare” può aver aggiunto il rappresentante del Sutton a sostegno del collega del Teddington.
Poiché le spiegazioni fornite dal rappresentante del Blackheath vennero rigettate come strane (in effetti giocare con un cubo di gomma fatto bollire prima delle gare per dargli maggiore elasticità tanto normale non doveva essere) e obsolete, al nostro non rimase che dire: “Allora non gioco più!” e, prese tuba e marsina, fece ritorno al suo club.
“ Non gioco più! ” ha spesso il senso di rivalsa, di estrema affermazione di individualismo, di anticonformismo, se volete, più spesso di bizza stizzosa nei confronti di una maggioranza schierata che non lascia molte possibilità di scampo. Avete mai provato a dirlo? C’è una certa soddisfazione nella cosa, magari nel mettere in difficoltà chi si è coscientemente uniformato alla decisione presa.
Sono convinto che dal lontano 1875 “a che gioco giochiamo?” è stata detto milioni di volte per stigmatizzare un comportamento poco ortodosso e non solo nell’hockey. Anche “non gioco più!” deve essere stata usato più di una volta e ancora lo è con buona pace di quelli che hanno deciso di giocare comunque cercando di divertirsi e perché no di vincere.
Mi scuso per la digressione gratuita e ritorno al bassorilievo greco, infatti esso può contribuire al tentativo di definire l’hockey come gioco e sport. I vasi, i crateri, le sculture arrivate fino a noi ritraggono, come detto, specialità sportive praticate nei giochi panellenici (Olimpici, Pitici, Istmici, Nemei), di carattere specificatamente agonistico, gare nel moderno senso del termine. Solo queste erano ritenute degne di essere celebrate trasferendo il piacere e la bellezza estetica del gioco nella bellezza estetica della sua rappresentazione artistica? Se sì, ne deriva che, primo l’hockey non era attività di agon ma di paidià di gioco, secondo che nonostante la sua antica origine altri passatempi motori lo avevano superato in fama e pratica.
Quanto affermo è, lo riconosco, del tutto provvisorio poiché si basa su di un unico reperto giunto a noi a fronte di molte testimonianze certificate di altre gare. Al tempo stesso ciò che non deve perdere di importanza ai nostri occhi è che questa forma di hockey, sia che fosse un semplice passatempo di gioco con la palla e i bastoni, come altri in uso e testimoniati da Omero ad esempio nell’Odissea sia che contenesse tracce di agonismo come la lotta o la corsa, era nota e praticata dai giovani ateniesi come lo era stata dagli figli dei cortigiani egiziani nell’antico Egitto e dei dignitari delle corti persiane.
Fin dall’inizio o quasi l’hockey ebbe insiti in sé caratteri propri del gioco e della competizione sportiva. Nel corso del tempo essi ebbero la prevalenza a seconda delle caratteristiche della società nelle quali venivano praticate, della considerazione che alle attività ludico-sportive veniva attribuito, delle situazioni storiche contingenti che favorivano o limitavano questa o quella configurazione sportiva di gruppo.
Oggigiorno esso conserva entrambe le anime di gioco e sport come buona parte degli sport di movimento e di squadra tanto che qualcuno preferisce annullare questa dicotomia, spesso solamente linguistica, e parla apertamente di giochi sportivi, con buona pace di tutti.
Se riportiamo l’analisi della questione ai nostri giorni facciamo ben poca fatica a ritrovare molte delle peculiarità che costituiscono i caratteri distintivi, le stimmate dell’hockey su prato. Lo abbiamo già detto e in conclusione di questi fogli, possiamo ribadirlo a ragion veduta.
(continua)








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